Author Archives: Antonietta De Luca

SESSANO 50 – DALLA LESTRA AL PODERE: TRA I MISTERI DEL MUSEO FANTASMA

Borgo Podgora, la parrocchia, il museo

Niente. Nessuna traccia dell’ultimo visitatore. Ad oltre dieci anni dalla chiusura, l’edificio seminterrato non vede luce, anzi perisce tra le tenebre dell’inagibilità. Una condizione così impenetrabile che le immagini carpite grazie a un’intima complicità testimoniano a stento.

Siamo sulla Strada Acque Alte. Un tranquillo crepuscolo d’estate, come crepuscolare è la storia nascosta in questo luogo, covo di ricordi, di esperienze, di storia. Le chiavi ce le ha lui: Claudio Dal Din. Li conosciamo i Dal Din, i Nardin, gli Scapin, i Dal Col, i Ceccon, i Gardin, i Fabian e compagnia cantante: questa manica di veneti ebbri, blasfemi, mangiagatti a tradimento – sia detto luppicon affetto – che si riparano all’ombra di una cupola, nella fattispecie quella di Santa Maria di Sessano. Borgo Podgora è il primo nucleo abitativo edificato durante la bonifica, concepito come iniziale villaggio operaio. Le vie e le piazze sono dedicate quasi esclusivamente a scienziati e fisici, ma trovano spazio nella toponomastica locale anche i parroci: vi dice qualcosa il nome Don Giuseppe Caselli? 1 Dicembre 1983: è lui che vuole la nascita dell’Associazione Culturale Sessano 50, attiva ancora oggi grazie ai volontari residenti nel borgo, donne e uomini determinati ad approfondire la riflessione sulle radici di gruppi giunti in loco nel 1927 dal Veneto, decisi a scoprire le ragioni che hanno spinto i coloni pionieri all’emigrazione nella palude pontina, ma impegnati anche e soprattutto in un’opera di integrazione che vedesse un giorno quegli immigrati dalle biografie così diverse riconoscersi in una comunità. Continua a leggere

Italiani e romeni: il mistero della differenza

 

Latina5stelle magazine Antonietta De Luca Italiani e romeni: il mistero della differenza Movimento 5 Stelle LatinaLa questione etno-linguistica: rumeni o romeni? Romeni e/rom?

Si dice rumeni o romeni? Nemmeno questo sappiamo degli ospiti più numerosi sul territorio nazionale italiano. Per fugare il dubbio, basta consultare l’Accademia della Crusca che, passando in rassegna il Vocabolario Treccani, il Lessico Universale Italiano (vol. XIX, 1978), il Devoto-Oli (dall’edizione 1971 a quella 2012), il DISC 1997 e il Sabatini-Coletti fino all’edizione del 2008, dà per accreditate entrambe le versioni, sottolineando che la variante più attestata e diffusa ad oggi è quella con la – u nella prima sillaba, non quella adottata da chi scrive in quanto, meglio della variante contenente la – u nella stessa posizione, qualifica i cittadini per la nazionalità, restando priva di connotazioni legate al significato di servitù[1].

I romeni sono cittadini e quindi liberi. Proprio come gli italiani.

Occorre poi un ulteriore distinguo: […] con la parola «rumeno» (o «romeno») si indica comunemente il cittadino della Romania, mentre il termine «Rom» identifica una minoranza «etnico-linguistica», cioè un insieme di gruppi che parlano – o che parlavano in passato – una medesima lingua detta romanés, a sua volta articolata in numerosi dialetti. I «Rom» sono diffusi in tutti i paesi d’Europa, e hanno perciò varie nazionalità: esistono così Rom italiani – cittadini a pieno titolo del nostro paese, nati da famiglie italiane e cresciuti in Italia –, Rom spagnoli, Rom serbi e così via. In Romania, la minoranza Rom è molto numerosa: i suoi componenti sono cittadini rumeni che, oltre alla lingua nazionale del loro paese (il rumeno, appunto) parlano diversi dialetti della lingua romanés. Perciò, detto in estrema sintesi, tutti i Rom rumeni sono cittadini della Romania ma, all’inverso, non tutti i rumeni appartengono alla minoranza Rom[2]. Come spiega chiaramente Piasere, la lingua romena e la lingua romanés sono ben diverse: se la prima è neolatina e molto simile all’italiano, allo spagnolo e al francese, con significativi «prestiti» slavi e qualche parola di origine ungherese, albanese o turca, la seconda deriva dalle lingue indiane e neo-indiane: gli storici ritengono che le origini del popolo Rom siano da ricercarsi proprio in India, da dove i cosiddetti «zingari» si sarebbero spostati tra l’VIII e il XII secolo, raggiungendo poi tutti i paesi d’Europa[3]. I rom sono, dunque, minoranza etnico-linguistica presente in diversa misura in vari paesi. Non solo non sono necessariamente romeni, ma hanno subìto proprio dai romeni prolungate fasi di marginalizzazione, esclusioni, xenofobia, razzismo proprio a causa della bassa estrazione sociale e del loro “way of life” e per questo hanno cercato asilo in Italia, in particolare, tra il 2000 e il 2001. Quasi tutte le inchieste condotte nelle città – Milano, Bologna, Roma – mostrano che i Rom si inseriscono facilmente nei circuiti del lavoro nero e dell’economia sommersa, e costituiscono una manodopera ambita soprattutto in edilizia[4] ed è forse per questo che spesso vengono confusi con i romeni.

 

La cittadinanza

Il discorso sulla cittadinanza è articolato e complesso, qui si fa ricorso a questo concetto per chiarire le situazioni in cui i migranti mantengono e/o acquisiscono appunto la cittadinanza, quell’insieme di diritti e doveri conferiti dalle legislazioni di tutti i paesi a individui da includere, considerare, riconoscere come membri di una comunità nazionale. Definita talvolta come il diritto ai diritti[5], viene interpretata dal teorico inglese Marshall[6] come strumento per arrivare alla conquista dei diritti sociali come libertà di espressione, diritto al processo equo, accesso al sistema normativo, i quali preludono alla conquista dei diritti politici come il suffragio e i diritti sociali.

La cittadinanza in senso moderno, quindi, comprende sia la dimensione civile, sia quella politica, sia quella sociale del diritto, anche se nelle odierne società capitaliste quello che emerge secondo un altro studioso, Felik Gross[7], è la dialettica conflittuale tra la cittadinanza e il ceto e la sua ricaduta sulle concrete condizioni di vita. Spesso la cittadinanza nazionale costituisce nella storia una vera e propria barriera contro l’altro. È la cittadinanza democratica che sviluppa un carattere di inclusività, per il quale tutti i diritti umani, civili e politici si estendono a tutti gli abitanti senza distinzione di razza, religione, etnia o cultura, poiché, in uno stato civile, anche gli stranieri sono protetti dalla legge.

 

Come funziona in Italia

In Italia un cittadino proveniente da un paese dell’UE come la Romania, può acquisire la cittadinanza dopo quattro anni di residenza nel territorio italiano per naturalizzazione, ma può diventare italiano anche:

  • chi sia nato in Italia e vi risieda da almeno 3 anni;
  • chi sia figlio o nipote di cittadini italiani e viva in Italia da almeno 3 anni;
  • chi sia maggiorenne, sia stato adottato da cittadini italiani e viva in Italia da almeno 5 anni dopo l’adozione;
  • chi non sia cittadino dell’Unione Europea e viva in Italia da almeno 10 anni;
  • chi viva nello stato di apolide  o di rifugiato politico e risieda in Italia da almeno 5 anni;
  • chi abbia prestato servizio per 5 anni alle dipendenze dello Stato Italiano (anche in territorio straniero);
  • chi sposi un cittadino italiano e possa dimostrare di essere residente in Italia da almeno sei mesi con regolare permesso di soggiorno.

L’Italia è favorevole alla doppia cittadinanza.

Come funziona in Romania

In Romania un cittadino proveniente da un paese dell’UE come l’Italia, può acquisire la cittadinanza dopo sette anni di residenza nel territorio italiano per naturalizzazione, ma può diventare romeno anche

 

  • chi sia maggiorenne e abbia la fedina penale pulita;
  • chi sposi una cittadino romeno, dopo cinque anni;
  • chi possa mantenersi autonomamente;
  • chi conosca a un livello almeno elementare la lingua, la cultura e la civiltà romena;
  • chi dimostri di essere capace di integrarsi nella società;
  • chi conosca la Costituzione Romena.

La Romania è favorevole alla doppia cittadinanza.

E tutti gli altri?

I dati citati in seguito sono relativi alla presenza di coloro che abitano e lavorano legalmente sul territorio nazionale, ma, come è noto, esiste una parte della popolazione romena che non ha maturato i requisiti per ottenere una residenza, un lavoro stabile e quindi la cittadinanza italiana. Questi dati non considerano, ad esempio, coloro che hanno acquisito il diritto alla cittadinanza per naturalizzazione anche se, approssimativamente, pare siano pari al 15% del totale degli stranieri residenti, inoltre ignorano la presenza di tzigani di lingua romena.

L’immigrazione romena in Italia

Si tratta di un fenomeno datato all’inizio del 1800, niente di nuovo sotto il sole. Dal 2001, quando a risiedere in Italia erano 74.885, al 2015, quando sono diventati 1.151.395, ne è corsa acqua sotto i ponti. Stando all’ISTAT naturalmente. Nel 2008 è la comunità straniera più numerosa sul territorio, nel 2011 si decuplica, nel 2012 sfiora il milione di presenze giungendo a rappresentare un quinto dell’intera comunità straniera in Italia, mentre in tutta l’Unione Europea quella tra i confini italiani risulta essere la più grande comunità romena residente all’estero. La rivoluzione del 1989, la liberalizzazione dei visti turistici in Romania nel 2002 e gli accordi di Schengen, di cui il Paese beneficia dal suo ingresso in UE, hanno accelerato il processo migratorio insieme alla contiguità linguistica, culturale e geografica con l’Italia. Un ruolo fondamentale in tal senso lo ha svolto la comunità italo-romena in Romania. I residenti di nazionalità romena scelgono per lo più il Nord e il Centro della penisola,  in particolare sono 196.000 le presenze nel Lazio di cui 72.462 a Roma. L’80% dei migranti romeni in Italia è diplomato e il 10% è laureato.

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Grafico dell’immigrazione romena in Italia tra il 2001 e il 2015.

Secondo quanto emerge dal Dossier sull’Immigrazione del 2015[8], a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, nel Comune di Latina la Romania è rappresentata da 4149 unità, mentre nella provincia da 3841 ad Aprilia, 679 a Cisterna di Latina, 86 a Norma, 1673 a Sezze, 699 a Sabaudia, 397 a Terracina, 178 a Gaeta, 89 a Formia. Gli altri paesi rappresentati in città sono, per numero di migranti, la Polonia, l’Ucraina e la Tunisia, rispettivamente con 677, 595 e 325 unità.

Anche le rilevazioni Istat confermano che la comunità più presente a livello provinciale sia quella rumena, con 14.625 residenti, seguita da quella indiana con 2.780 residenti, da quella albanese con 1.829 presenze e da quelle ucraina, polacca, tunisina e marocchina tutte con un numero di residenti superiore a 1.000. Esiste, inoltre, una percentuale di aspiranti italiani appartenenti alle seconde generazioni di migranti romeni che, come segnalano l’ANOLF e lo Sportello Immigrati, sta crescendo a Latina e Sezze evidenziando un carattere di lunga durata nell’immigrazione romena in Italia.

 

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Grafico della presenza di cittadini romeni nella provincia di Latina al 2015.

Nel mai troppo breve frangente della crisi economica, l’Eurostat segnala che 140.000 migranti romeni hanno fatto ritorno in patria da diversi paesi europei, ma non dall’Italia dove la comunità romena ha mostrato l’affezione alla dimensione familiare e non ha fatto ricorso al rimpatrio di molti dei suoi membri proprio per preservare l’unità familiare. Prova ne sono anche i 150.000 figli iscritti nelle scuole italiane nonché i 120.000 bambini nati in Italia negli ultimi 14 anni. 770.000 sono i migranti romeni occupati inseriti in settori a basso valore aggiunto, assunti in mansioni sotto qualificate, in condizioni di precariato o direttamente nel mercato nero. 100.000 sono i lavoratori assunti nel settore agricolo con contratti stagionali, settore, come è noto, di fondamentale importanza per la provincia di Latina.

Quello che accade di riflesso sul sistema lavorativo e socio-economico nazionale è oggetto di studio e di previsioni dal boom migratorio avvenuto in Italia tra il 2004 e il 2007 con l’ampliamento dell’UE nell’Europa orientale: nel bel paese, infatti, i cittadini romeni sono presenti in numero maggiore rispetto ad altri paesi dell’Unione.

L’impatto sul mercato del lavoro e sui sistemi assistenziali, sanitari e previdenziali italiani è stato misurato prendendo in considerazione la differenza fra l’indice di sviluppo umano italiano e quello romeno: questa discrepanza garantisce il mantenimento della spesa sanitaria e assistenziale italiana dentro limiti accettabili, perché, prima del 2004, sono state predisposte dall’UE alcune misure di contenimento della libera circolazione dei cittadini disoccupati per evitare fenomeni di cosiddetto “turismo sociale” verso i paesi economicamente più avanzati. Altri studi dimostrano il carattere di stabilità dell’emigrazione dai nuovi paesi-membri da cui si parte per cercare lavoro altrove[9].

Quanto al sistema previdenziale, poiché è finanziato secondo il modello contributivo e solo parzialmente tramite la fiscalità generale, non subisce particolari conseguenze: le sue prestazioni, infatti, sono a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro e, in più, se il lavoratore ha maturato tale diritto nel suo Paese avendo versato i contributi presso l’istituto previdenziale del suo Stato di provenienza, nel momento in cui risiede in Italia, l’INPS può rivalersi pro quota sull’istituto del paese d’origine, secondo i meccanismi di totalizzazione disciplinati dal Regolamento UE n.883 del 2004. C’è un altro aspetto da considerare, inoltre: il sistema previdenziale italiano è strutturato su un’idea di solidarietà intergenerazionale in cui sono gli occupati a finanziare le pensioni delle generazioni che escono dal mercato del lavoro, quindi maggiore è il numero degli occupati residenti in Italia a prescindere dalla cittadinanza, maggiore è il gettito con cui vengono finanziate le prestazioni pensionistiche in corso. Questo significa, in soldoni, che a godere della condizione di “occupato” dei cittadini stranieri residenti sul territorio italiano, sono gli attuali pensionati italiani, perché beneficiano di un maggior numero di contributi in entrata. Se le loro pensioni dipendessero esclusivamente dai contributi versati dagli occupati connazionali, non sarebbero sufficienti e dovrebbero essere cofinanziate con il ricorso alla fiscalità generale[10].

 

L’immigrazione italiana in Romania – Cosa andiamo a fare? –

Si tratta di un fenomeno datato al termine del 1800, lo sapevate? Tra l’altro, nel decimo Rapporto Migrantes 2015 fondato sugli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) si legge che gli italiani all’estero siano 4.636.647 e sembrano proprio aumentare determinati come sono a partire dalle regioni del Sud, ma anche del Nord, alla ricerca di lavoro e di una migliore qualità della vita.

Presenti in Argentina, Australia, Belgio, Francia,  Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Venezuela, gli italiani non disdegnano di scegliere mete meno gettonate, tra cui la Romania, dove inizialmente sono arrivati a rimpinguare le fila della manovalanza non specializzata – vi ricorda qualcosa? – occorrente soprattutto nella pastorizia e nell’agricoltura. Solo più tardi ai pastori e ai contadini italiani impiegati sui terreni romeni si sono aggiunti minatori, marmisti, falegnami, fabbri, fornaciai, operai: tutti entrati con l’allora necessario visto turistico e mai tornati indietro. Moldavia, Valacchia e Craiova le regioni preferite.

La Romania è stato ed è un paese ricco di opportunità e sin dall’inizio la comunità italiana residente in Romania si integra facilmente, come dimostra la nascita dell’antica rivista bilingue, presto trasformatasi in uno dei quotidiani più letti a Bucarest, dal titolo Fratellanza romeno-italiana. Molti italiani non rispondono neanche alla chiamata alle armi dell’Italia entrata nel secondo conflitto mondiale, alcuni ripartono nel dopo-guerra con la caduta del regime monarchico in Romania e con la proclamazione della Repubblica popolare che ne fa uno Stato Comunista gravitante nell’orbita del Patto di Varsavia. In questo frangente, gli italiani che scelgono di restare vengono obbligati a una romanizzazione integrale, mentre coloro che scelgono di partire possono portare con sé una minima parte del patrimonio costruito lì.

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Grafico della distribuzione di cittadini Italiani in Europa nel 2012 secondo la ricognizione AIRE.

L’impresa romena in Italia – Cosa vengono a fare? –

Tre anni fa, secondo le rilevazioni delle camere di commercio, 44.817 residenti romeni sono venuti a fare impresa nel Settentrione e nel Centro, e si sono iscritti regolarmente nel Registro del Commercio in Italia, come ditte individuali, il 70% delle quali nel settore delle costruzioni. Si tratta spesso di ditte individuali che prendono contratti in subappalto, ma esistono anche imprese di dimensioni più significative.

Esistono, poi, 29.372 società che contemplano tra i loro azionari o dirigenti un cittadino romeno.

In totale, si legge ancora sul Dossier Statistico Immigrazione 2015, sono 60.000 gli imprenditori romeni in Italia, mentre, consultando il grafico pubblicato a p.3 del Rapporto Annuale della Fondazione Leone Moressa del 2015, si possono rilevare i dettagli dello sviluppo imprenditoriale romeno in Italia, basati sui dati di Informare.

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L’impresa italiana in Romania – Cosa andiamo a fare? –

Secondo il rapporto redatto dalle Ambasciate di Italia e di Romania per il Mae in collaborazione con l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e con le ICE Camere di Commercio italiane all’estero, dal titolo Info Mercati Esteri[11], alla fine dell’anno scorso risultavano regolarmente registrate e attive in Romania 41.759 imprese italiane per un volume totale di investimenti diretti di 1,579 miliardi euro. Con questa cifra gli imprenditori italiani concorrono per il 3,99% al volume totale degli investimenti esteri in Romania.

Da più di dieci anni l’Italia è il primo paese a investire in Romania e le prospettive sono ancora più rosee per via delle opportunità rappresentate dai fondi europei, dalla politica di privatizzazioni in atto, dalla pianificazione dell’ammodernamento delle infrastrutture dei trasporti e dall’enorme disponibilità di risorse agricole e minerarie.

Strategico il settore agroindustriale che costituisce una parte consistente del PIL romeno e un’attrattiva per gli investitori grazie all’alta qualità del terreno, al costo contenuto, alle possibilità che si aprono per via della Politica Agricola Comune 2014-2020. Gli obiettivi del governo romeno comprendono la valorizzazione di piccole e medie imprese e l’ammodernamento del sistema di irrigazione oltre che il potenziamento dei servizi legati all’agricoltura come l’agro-processing, la catena del freddo e il packaging, settori di eccellenza italiana questi ultimi. Gli italiani possiedono ad oggi il 30% dell’intera superficie agricola detenuta dagli stranieri in Romania seguiti dalla Germania e dai Paesi Arabi. Da tempo la Romania contribuisce alle fortune di Riso Scotti, Agrimon e Maschio Gaspardo.

Per quanto riguarda il settore dei trasporti, è stato approvato col placet dell’UE un Master Plan Generale in cui si fissa la strategia per la  costruzione e il rinnovamento dell’infrastruttura terrestre, ferroviaria, navale e aerea entro il 2030. Aziende italiane del calibro di Astaldi, Italferr, Pizzarotti, Tirrena Scavi, Impregilo-Salini e Secol sono e continuano ad essere da molti anni titolari di commesse di rilievo.

Il settore industriale sta cominciando a riprendersi dopo le difficoltà della crisi, grazie soprattutto alla produzione manifatturiera, in particolare dei comparti dell’automotive, della lavorazione dei metalli, della produzione di motori elettrici e turbine e degli impianti petroliferi ed energetici. Le imprese italiane contribuiscono alla crescita del paese da oltre vent’anni.

Nel settore energetico, in particolare per quanto riguarda le rinnovabili, l’impresa italiana ha investito oltre 6 miliardi di euro negli ultimi 6 anni.

 

Conoscersi per capirsi: cominciamo da qui?

Da un’indagine della Fondazione Moressa del 2015, nell’ambito del progetto Il valore dell’immigrazione sugli stereotipi legati all’immigrazione e alle discriminazioni che ne derivano, emerge che I romeni vengono considerati dei buoni lavoratori dal 56% degli intervistati, e il tasso di occupazione (63,6%) è in effetti superiore alla media degli stranieri. Per la maggioranza degli italiani, tuttavia, i rumeni non sono onesti (65%). In realtà, guardando il numero di detenuti, il rapporto con la popolazione è inferiore rispetto alla media (3,8 su 1.000 rispetto al valore medio di 5 su 1.000). Evidentemente in questo caso la percezione è vittima di uno stereotipo che lega il rumeno ad episodi criminali. Non vengono considerati nemmeno una comunità ricca dal 73% degli intervistati, mentre i dati ufficiali mostrano che il 60% trova impiego in professioni medio-elevate.

La disamina dei dati presentati si presta a riflettere meglio sulle analogie e sulle differenze tra cittadini della stessa Europa: davvero italiani e romeni sono così diversi?

Diversi al punto di non riuscire ad incontrarsi?

Si cominci partendo dall’informazione a porre in discussione questo, pensando ad esempio a quante persone per bene passano tutti i giorni nella quotidianità di ognuno senza che vengano degnate della giusta attenzione e curiosità.

La comunità romena crescerà ancora rapidamente in Italia come a Latina. Non potrebbe diventare proprio Latina il luogo privilegiato per questo incontro?
note

  1. [1] Luisa Valmarin, La guerra del ru- e del ro-, in Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquantanni dalla sua laurea, Modena, Mucchi,      1989, pp. 1385-1409.
  2. [2] https://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/06/11/dossier-rom-rumeni/, 2008.
  3. [3] L. Piasere, I Rom d’Europa. Una storia moderna, Laterza, Bari-Roma 2004, pagg. 23 e ss..
  4. [4] VAG61, La colonna senza fine. Storia dei Rom rumeni a Bologna, 2008; G. Boursier, Un piazzale per casa. Gli invisibili di Roma, in «Il Manifesto»,  30 Luglio 2003.
  5. [5] Virginia Leary, Citizenship. Human rights, and Diversity in Alan C. Cairns, John C. Courtney, Peter MacKinnon, Hans J.Michelmann, David, E.Smith, Citizenship, diversity and pluralism: canadian and comparative perspectives, McGill-Queen’s Press, 2000, pp. 247–264.
  6. [6]  Thomas Humphrey, Marshall, citizenship and social class, London, MA, Pluto Press, Concord, 1992, trad. it. Cittadinanza e classe sociale, a cura di Sandro Mezzadra, Roma, GLF editori Laterza, 2002.
  7. [7] Feliks Gross, Citizenship and ethnicity: the growth and development of a democratic multiethnic institution, Connecticut, Greenwood Press, Westport, 1999.Connecticut, 1999, pp. XI, XII, XIII, 4.
  8. [8] http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/I%20numeri%20sull’immigrazione%20nell’area%20romano-laziale(1).pdf
  9. [9] Silvia Borelli, Le mobilità dei lavoratori subordinati cittadini dell’Unione europea in http://www.europeanrights.eu/, p. 4.
  10. [10] Barbara Grandi, Diritti sociali e allargamento UE; le problematiche connesse all’estensione dei diritti, in Rivista del diritto della sicurezza sociale, nº 2, Bologna, Il Mulino, 2005, pp. 580-592.
  11.  Esteri[11]http://www.infomercatiesteri.it/public/schedesintesi/s_87_romania.pdf

La notte europea dei musei 2016: occasione persa o lodevole iniziativa?

Lo sapevate? Latina ha nove musei: il Parco Musei Piana delle Orme che è anche azienda agrituristica De Pasquale, il Duilio Cambellotti, il Museo della Terra Pontina, il Civico Antiquarium del Procoio, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, il Museo della numismatica, medaglistica, grafica incisa e fotografia “M. Valeriani”, il Museo di Arte e Giacimenti Minerari, la Pinacoteca d’Arte Moderna e Contemporanea e il Museo Sessano 50 Dalla lestra al podere.

L’iniziativa è annunciata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali italiano il 21 Aprile scorso, non è stata un’idea dell’amministrazione locale. Giunta alla sua XII edizione in Europa, “La notte europea dei musei” è stata patrocinata dal Consiglio d’Europa, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura e dall’International Council of Museums, un’organizzazione senza fini di lucro che riunisce oltre 30.000 aderenti nei 5 continenti, con la finalità di valorizzare l’identità culturale europea cui, ogni anno, può aderire ogni museo in grado di porre in essere un’apertura straordinaria di tre ore al costo di 1€ tranne nel caso delle gratuità previste dalla normativa. Tra l’altro, per ottenere il patrocinio dell’Unesco, bisogna preparare una domanda in inglese o in francese alla relativa Commissione Nazionale Italiana chiamata a esprimersi sul merito della richiesta e, in seconda istanza, a trasmettere l’intera documentazione a Parigi tramite la Rappresentanza Permanente d’Italia presente presso l’organizzazione che ha la sua sede centrale a Parigi.

Tra i visitatori dei musei latinensi, c’è chi ha reagito a questo evento con entusiasmo, come Francesca L., che ha definito l’evento “Emozionante. Vedere finalmente la mia città partecipare ad eventi nazionali, addirittura europei mi ha riempito di gioia” – dice – ripensando che purtroppo non è stato sempre così. “Latina è una città a cui non manca nulla per definirsi tale, ha diverse culture che la colorano eppure nessuna identità, nessuna capacità di valorizzare le sue qualità. Ieri mi ha spiazzato vedere il nostro centro storico vivo, coinvolto da eventi di vario genere, trovare i nostri musei aperti, vissuti dai propri cittadini”, continua, ma c’è anche a chi non sfugge che più di qualcuno si è stupito di trovare i musei “aperti”, non “aperti di notte”, in definitiva come se fossero sempre chiusi, perché questa è la percezione della realtà museale latinense. È come se i musei non ci fossero, è come se, quei pochissimi della cui esistenza sono informati solo alcuni, fossero sempre chiusi, fossero cattedrali nel deserto. E forse lo sono.

È questa l’impressione di altri due visitatori giunti nella cattedrale in campagna che è l’edificio del Consorzio per lo Sviluppo Industriale Roma Latina che ospita in via precaria e temporanea MADXI – che non si legge madcsi!, ma MAD UNDICESIMO, perché nel nome si celebra l’undicesimo anno di attività del relativo Museo D’Arte Diffusa. Si tratta di uno spazio difficile da immaginare come museo, vista la sua vocazione burocratica, sostiene Adriano L., “meritorio l’impegno di chi se ne prende cura cercando di valorizzarne le caratteristiche al fine offrire visibilità agli artisti del nostro territorio”. Certamente si tratta anche di darsi delle chance professionali e questo aspetto non è secondario: giornate come queste dovrebbero, infatti, trasformarsi anche in opportunità occupazionali per i tanti esperti del settore in cerca della loro giusta realizzazione. Di questa galleria in località Tor Tre Ponti, Daniele C. pensa che la sua posizione fuori mano abbia sfavorito l’affluenza del pubblico, almeno in tarda serata, ma anche che sia una realtà con un buon potenziale di crescita. Daniele C. ha anche apprezzato la partecipazione delle scuole che hanno contribuito alla diffusione della notizia e alla buona riuscita dell’iniziativa. Continua a leggere

La Chiesa Pontina al tempo di “Don’t touch”

Sabato 17 Ottobre ho marciato con millenovecentonovantanove cittadini “per bene” per le vie del centro, solidale con la stampa locale sotto minaccia e con le forze di polizia che hanno portato avanti e concluso efficacemente l’indagine di portata storica per Latina denominata “Don’t touch”.

Ho provato un senso di orgoglio per gli studenti presenti in quella piazza dietro lo striscione “Grazie”, un sentimento di unità per i tanti amici spontaneamente convenuti nonostante il ritardo della notizia, un impulso ulteriore e condiviso all’impegno educativo e sociale sul tema della legalità vedendo camminare insieme tanti dipendenti della scuola latinense, tanti volontari del mondo delle associazioni, alcuni artisti e, in fine, ho reagito con sdegno vedendo nel corteo politici indagati applaudire alle parole del questore come se niente fosse.

Guardandomi intorno, mi sono posta delle domande e ho ipotizzato delle risposte. A un interrogativo non ho dato esito: “Ma la Chiesa dov’era?”

Qualcuno l’ha vista davanti alla questura? Non fosse altro che per il fatto che il direttore de “Il Messaggero” è stato minacciato nella cattedrale, qualche sacerdote, mi sarei aspettata di vederlo. Se non il vescovo in persona, mi sarei “accontentata” di incontrare là almeno un parroco, una madre superiora, una suora, un sacerdote, un qualsiasi consacrato soldato di Cristo ad esprimere una chiara presa di distanza dalla criminalità.

Forse c’era qualcuno delle sacre gerarchie territoriali o sono io che non ho visto nessuno, nessuno dei predicatori della testimonianza così persuasivi dai pulpiti delle parrocchie cittadine, nelle aule del catechismo?

Non è una questione di fede o di religione. E’ un fatto sociale.

Tutti conosciamo il valore, il peso e le dimensioni dell’agire cattolico nella nostra città. Per questa comunità, quello che offre la Chiesa è quasi l’unico spazio – fisico e morale – di aggregazione e non soltanto giovanile. Sarebbe importantissimo un messaggio alla cittadinanza da parte dell’istituzione ecclesiastica.

Sono davvero io che non ne ho scorto alcun rappresentante o qualcuno c’era da qualche parte? Sono davvero io che non l’ho letta o è uscita qualche dichiarazione della curia sui quotidiani locali?

La Chiesa ha espresso e perso tanti sacerdoti per la causa della legalità, tanto per ricordarne uno, Pino Puglisi e, per ricordarne un altro più vicino a noi, Cesare Boschin. Mi piace ricordare gli esempi di questi uomini di fede che, nella laicità, hanno saputo spendere il loro impegno cristiano nella e per la società civile. Mi piace ricordarlo soprattutto ai cittadini consacrati e alle cittadine consacrate che non c’erano ieri. Magari domani ci saranno.

Ma la domanda resta: “La Chiesa Pontina dov’è nei giorni di Don’t touch“?