Non nelle casse della provincia l’ammanco era nel suo cuore

Con lo splendido verso che dà il titolo a questo breve articolo (nell’originale vi è “comune” invece di “provincia”), il poeta Vittorio Sereni descriveva la straziante presa di coscienza di un suicida.

La storia del porto canale di Rio Martino è simile ad un suicidio, un burocratico suicidio perpetrato da uomini che non hanno il coraggio di rispondere, confrontarsi, spiegare.

Un suicidio del proprio territorio cieco e sordo che passa sotto la traccia del vuoto del dibattito pubblico pontino (Non sospetti ancora / che di tutti i colori il più forte / il più indelebile / è il colore del vuoto? – altro potente verso di Vittorio Sereni).

Domani vi sarà, forse, – perché l’improbabilità è perfida sorella della trasparenza, richiesta da umili cittadini – un incontro, nella commissione competente di viabilità e lavori pubblici della Provincia di Latina, tra la dottoressa Patrizia Guadagnino, già coinvolta in qualche scandalo, e presidente della commissione che ha aggiudicato la gara a ICAD-POSEIDON, e qualche consigliere provinciale.

Sarà difficile che le vengano rivolte le domande giuste, ma al pressapochismo dei nostri politici siamo abituati. Quasi quanto al vuoto.

Sarà impossibile un dialogo con i cittadini che avrebbero avuto il diritto di sapere come verranno spesi 5 milioni di Euro dei contribuenti. Ma confidiamo in un prossimo consiglio provinciale a cui tutti i cittadini potranno partecipare.

Perché che cosa è Rio Martino?

Il canale Rio Marino ricalca un’antica opera di canalizzazione realizzata dal Console Cornelio Cethego nel 162 a.C. I lavori furono intrapresi probabilmente per tutelare la praticabilità dell’Appia e consistettero nello scavo dell’imponente fosso. Lungo questo corso d’acqua erano visibili numerosi resti di mura in opera reticolata.

Resti della torre lasciati all'incuria

Resti della torre lasciati all’incuria

Il primo ad individuare i resti fu lo studioso Elter il quale, in un bollettino archeologico del 1884,  descrisse il collegamento tra le infrastrutture con un’opera di regime (di epoca romana) delle acque dei vicini laghi, ai lati dei quali vi erano delle peschiere. Nel corso del 1933 l’O.N.C. (Opera Nazionale Combattenti), nella stessa area, segnalava una serie di rinvenimenti poco chiari e difficilmente localizzabili, relativi ad opere murarie.

Le strutture oggi visibili si trovano pochi metri a nord dalla Torre di Fogliano, costruita dalla famiglia Caetani nel 1622 su concessione di Gregorio XV e abbattuta durante la seconda guerra mondiale, i cui resti sono visibili sulla spiaggia. Le strutture murarie hanno uno stato di conservazione molto variabile: alcuni muri sono alti anche 2,70 metri, altri sono invece rasati alla quota di spiccato.

Sono inoltre identificabili solo pochi ambienti: un nucleo verso nord costituito da cinque stanze intorno a un cortile porticato, e, sempre sul lato nord, una vasta area difficilmente connotabile, con mura conservate per poche decine di centimetri in elevato.

Tutto il margine nord dell’edificio è interrato, non sono quindi valutabili i suoi rapporti con il Rio Martino, mentre la parte più meridionale è costituita da due ambienti gravitanti attorno a un portico.

L’edificio mostra più fasi edilizie. La più antica, caratterizzata da mura in opera quasi reticolata, farebbe pensare a una prima fase tardo-repubblicana, al momento poco documentabile, mentre la maggior parte delle strutture si presenta invece in cubilia estremamente regolari. Si notano infine anche interventi più disordinati caratterizzati dall’uso del laterizio, senza però che per questi ultimi sia proponibile una cronologia.

Il sito di Rio Martino è inoltre stato più volte messo in relazione con la statio romana di Clostris, posizionata lungo il tracciato della fogliano torre 2via Severiana. Plino, nella Naturalis Historia, ricorda Clostra Romana subito dopo il fiume Nymphaeus, che confluisce nella canalizzazione romana e che si situa prima del Circeo. Secondo diversi studiosi, Clostra dovrebbe indicare il sito dei lavori di canalizzazione eseguiti dai romani per sistemare la foce del suddetto fiume che doveva sboccare in mare nei pressi del Rio Martino. Uno dei dati più interessanti è costituito da un appunto di ricognizione documentato da un disegno nell’Archivio della Soprintendenza per i Beni Archeolgoci del Lazio, in cui compare l’indicazione di un basolato nei pressi della Torre di Fogliano che è stato studiato alla fine degli anni Settanta e risulta ora ricoperto dalla duna.

Non tutti conoscono l’enorme potenzialità del patrimonio archeologico della provincia di Latina, dimenticato in innumerevoli occasioni e passato in secondo piano al fine di blaterare su nostalgie ricamate da qualche “quando c’era lui” e “faccetta nera”. Eppure esiste, e sarebbe necessario riscoprirlo per tutelarlo e valorizzarlo.

Valorizzare e rendere fruibile il sito – perché il patrimonio culturale è spirito, memoria e coscienza collettiva – potrebbe favorire nuove possibilità all’interno di un sistema virtuoso di turismo che è rimasto sempre una chimera, un proposito scambiato per utopia romantica e che utopia non è.

L’ammanco è nel nostro cuore se viene rubato territorio, se si costruiscono opere inutili, se si continua nella ricerca di qualcosa che non abbiamo, dimenticando ciò che invece garantirebbe, già, tutto.

Siamo con il poeta civile Vittorio Sereni a dire che: “Pensare cosa può essere un uomo /voi che fate lamenti del cuore delle città sulle città senza cuore / cosa può essere un uomo in un paese”.

 

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Posted on 26 Marzo 2014, in Blog and tagged , , , , , . Bookmark the permalink. Leave a Comment.

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