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La trattativa pontina

Quando si parla di mafia, c’è sempre qualcuno che la sa più lunga.

C’è quello che mutua la sua analisi dei fenomeni mafiosi copiando schemi della cinematografia o della serialità televisiva: come se, ad ora, la mafia recapitasse teste di cavallo mozzate nel letto di chi vuole minacciare (il Padrino); o se le espressioni come “stecca para pe’ tutti” potessero assolvere, ricamandone una mitologia, una banda di romani che scala la montagna del Potere per conquistarne la cima con l’aiuto dello Stato deviato (Romanzo Criminale).

Il problema, d’altronde, non è in chi fa queste ricostruzioni, peraltro drammaturgicamente lodevoli e di ottima fattura.

Parliamo chiaro: la mafia è seducente, è il potere di fare quello che vuoi, è la violenza che scaccia gli “scassaminchia” e le regole, è la forza che dà a chi se ne sbatte del prossimo, è pensiero e privilegio massimo di ubbidire per stare bene, è l’adeguarsi perché chi si ribella è solo un illuso, un idiota, uno che non sa stare al mondo.  Continua a leggere

Il ragazzo e il clan Ciarelli-Di Silvio

Accade sempre così. Da anni. Le azioni si compiono, la storia avanza, ma noi cittadini di Latina, in politica e in società, siamo ancorati ai soliti triti e ritriti battibecchi da cortile: la zona a traffico limitato, le pene del giovane Werther Di Giorgi, la crisi di pubertà perenne del Partito Democratico, l’apparire dello struscio nei locali alla moda.

Gli organi d’informazione pontini (non tutti, per fortuna) si scervellano sul successore del sindaco, o sull’ultima bega interna del PD già proclamato vincitore della contesa amministrativa a furor di Renzi, come se ciò bastasse a risollevare le terrificanti sorti e regressive.

Quartiere Pantanaccio a Latina.

Quartiere Pantanaccio a Latina.

A latere di tale inutile sbrodeghezzo, quest’estate è avvenuto un fatto importante per la città di Latina. Un fatto storico. Dopo le sentenze emesse nell’ambito del processo Caronte, il clan Ciarelli-Di Silvio ha subito alcune condanne che ne hanno minato le radici. Colpite, di certo, ma non estirpate. Circa due secoli a personaggi dalla città conosciuti, temuti e, purtroppo, rispettati: Carmine Ciarelli, Patatone, Patatino e Porcellino Di Silvio, Macù Ciarelli, Mario Esposito e tanti altri.

Nomi e soprannomi che hanno da sempre echeggiato in molti discorsi svolazzanti nei bar, davanti alle edicole, nelle aule dei Tribunali, tra giovani e meno giovani di buona famiglia che sanno tutto, perché chi conosce le storie criminali non è uno sprovveduto, e, magari, il sapere (mutuato da pettegolezzi e falsi miti) consente loro di risultare persino à la page. Se poi li conosci personalmente, sei dotato addirittura di una certa autorevolezza: puoi permetterti tutto perché loro se la comandano come dicono da noi, io li conosco, guarda che quello conosce quell’altro, lascia perdere: in un vorticoso giro di valori denudati e cambiati di segno dove a farla da padrone è la prepotenza omertosa contro la cultura, l’essere amico del più malavitoso contro le relazioni civili imperniate sul rispetto dell’essere umano.  Continua a leggere